Diario di Rete, Febbraio 2003/ Wi-FI, fra moda e innovazione La parola magica degli ultimi mesi nel mondo delle nuove tecnologie è sicuramente una sola: wireless fidelity, abbreviabile in wi-fi. Molti di voi sapranno benissimo di che si tratta. Stiamo parlando di un protocollo di connessione senza fili per reti ethernet noto ormai da un quinquennio che sta rapidamente rivoluzionando il mondo della connettività, sia fra reti locali di computer che verso Internet. Gli aspetti tecnici per una volta sono - almeno per me - poco interessanti e potrebbero essere riassunti in una sola breve frase: il wi-fi funziona. Moltissime sono invece le considerazioni che è possibile fare se si considera questo protocollo nei suoi aspetti legati alla innovazione tecnologica. La prima di queste considerazioni è legata al fatto che si tratta di una tecnologia che è stata sottovalutata dal grande business. Ebbene qualche volta capita. L'ultimo clamoroso esempio di un successo simile, inatteso e mondiale, è stato quello dei messaggi di testo nella telefonia cellulare, i cosiddetti SMS, nati come opzione marginale e di servizio ed esplosi come il fenomeno sociale che tutti conosciamo. Con il wi-fi è accaduto qualcosa di simile, seppur ragionando per ordini di grandezza assai minori. Le reti wireless amatoriali e locali, sorte in USA nella seconda metà degli anni novanta in città come San Francisco e Seattle, hanno per una volta abbondantemente preceduto e anticipato ogni ipotesi di utilizzo commerciale di questa tecnologia. Tale utilizzo dello spettro dei 2,4 ghz, cresciuto inizialmente in maniera sotterranea e lenta, è stato per molto tempo ampiamente sottovalutato dai tecnologi della grande industria delle comunicazioni. Nessuno nelle grandi telecom si è accorto della potenza e della semplicità del protocollo. Nessuno ha ritenuto di considerare una tecnologia che utilizzava frequenze libere e terminali standard a basso costo. Per molto tempo, fino all'esplosione planetaria della attuale moda wi-fi, reti senza fili cittadine, gratuite e su base volontaria come quella di Consume.net (http://www.consume.net) a Londra o come Seattlewireless (http://www.seattlewireless.com) sono cresciute e sono state considerate fenomeni marginali riservati ad hacker perditempo. La connettività attraverso tale tecnologia è stata snobbata (con la sola eccezione di Apple) come non interessante o non remunerativa e, specie in Europa, le grandi aziende di telecomunicazioni hanno continuato a curare i loro progetti di business senza fili alternativi come Bluetooth (http://www.bluetooth.com/) o UMTS. Spiace dirlo ma molta della recente risonanza che attività tutto sommato marginali e folkloristiche come il wardriving (il cercare in giro per la città reti wi-fi aperte da sfruttare per collegarsi a Internet a sbafo) e il warchalking (la segnaletica mediante gessetti sul selciato delle strade che indicano l'esistenza di campo per la connessione senza fili) hanno ottenuto sulla stampa specializzata e non di tutto il mondo, compresa quella nostrana, origina da una idea (errata) secondo la quale il wi-fi è una tecnologia con connotazioni almeno potenziali di illegalità. Tale nomea le deriva proprio dal suo essere nata come modalità di connessione - se mi si passa il termine - proletaria. In realtà non so nemmeno se esistano tecnologie proletarie. Esistono però certamente - e sono sempre più rare a trovarsi - tecnologie a misura di utente, nate e pensate da semplici utilizzatori per altri utilizzatori, al di fuori del circolo perverso della massimizzazione del profitto. In questa ottica il wi-fi e le sue formidabili applicazioni prossime venture che oggi e' solo possibile intravedere, rappresentano uno dei rari infortuni della grande industria delle comunicazioni che si è lasciata sfilare fra le gambe una straordinaria gallina dalle uova d'oro. Oggi queste uova sono solo in minima parte recuperabili e le applicazioni client-side di tale tecnologia continueranno, ancora per chissà quanto, ad essere prioritarie rispetto a quelle commerciali. In questa ottica una grossa mano a questo isolato ritorno della tecnologia verso il basso, fatto di schede a prezzi di realizzo, antenne autocostruite, reti di computer condominiali o di quartiere che si estendono sempre più, lo ha data negli Stati Uniti l’organismo di controllo governativo, la Federal Communication Commission, che ha compreso - e capita raramente ad organismi amministrativi statali - come fosse importante rendere al massimo livello possibile la liberalizzazione delle frequenze utilizzate dalle w-lan. L’innovazione è così potuta crescere armonica, per strade multiple e per nulla antitetiche che vedono da una parte le start-up dei cosiddetti Wisp (Wireless Internet Service Provider) che alla velocità della luce stanno cablando in wi-fi alberghi, stazioni, aeroporti, cafeterie e quant'altro e dall'altro gli utilizzi domestici, associazionistici ed innovativi del wi-fi, lasciati nella mani dei semplici utenti di computer portatili, PDA e laptop. In Europa il panorama, da un punto di vista normativo, è ben più complicato. Intanto per una certa abitudine al controllo da parte dei governi della Unione Europea sul mondo delle telecomunicazioni. Se ciò non bastasse la grave crisi delle telecom europee, stremate dagli investimenti effettuati per ottenere le frequenze per la telefonia di terza generazione, ha creato una specie di debito d'onore nei loro confronti da parte dei governi continentali. Queste e altre motivazioni potrebbero frenare (lo sapremo solo fra qualche mese quando la Commissione Europea si pronuncerà al riguardo) lo sviluppo del wi-fi nel vecchio continente. Dovrebbe però essere chiaro a tutti che l'innovazione di tale tecnologia è legata a filo doppio alla sua utilizzabilità da parte di tutti e non esclusivamente dalle sue possibili applicazioni commerciali comunque auspicabili. Nel frattempo sempre per rendere le cose difficili a quanti hanno investito soldi ed energie nell’UMTS (impegnati di questi tempi ad affermare che wi-fi e 3G sono tecnologie complementari) stanno nascendo idee di utilizzo del protocollo senza fili wi-fi anche in modalità peer to peer. Il progetto più serio in tal senso e’ quello di Mesh Networks (http://www.meshnetworks.com/pages/technology/intro_technology.htm) e la discesa in campo di utilizzi di sharing delle risorse che comprendano la connettività stessa è quanto di più dirompente sia possibile immaginare nel campo delle comunicazioni. Immaginate una rete che basta a se stessa, fatta di milioni di piccoli terminali fra loro collegati in maniera decentrata sul modello dei software di condivisione delle risorse ideato da Napster e poi successivamente perfezionato. Si tratta di una rivoluzione che se attuata muterebbe in maniera drammatica i rapporti di forza fra compagnie di telecomunicazioni e suoi utilizzatori. Nella sua estremizzazione più spinta, gli utenti del traffico voce e dati semplicemente non avrebbero più bisogno, almeno localmente, di alcun fornitore di servizi che li colleghi al mondo poichè il collegamento sarà reso dai singoli terminali del network fra loro interlacciati. Ipotesi fantasiose certo, ma in ogni caso oggi tecnicamente possibili, come conseguenza di uno sviluppo tecnologico non più e non solo orientato dall’alto ma reso invece disponibile a tutti dalla tecnologia stessa. Ecco perché i servizi commerciali teoricamente già da oggi possibili, di accessi Internet wireless a pagamento dentro alberghi ed aeroporti che anche in Italia alcune società come Megabeam (http://www.megabeam.it/) stanno iniziando ad offrire, da un punto di vista della innovazione paiono poca cosa rispetto per esempio alle reti wi-fi che cablino intere zone urbane o rurali non coperte dal broadband (come sta accadendo nel Galles) o singoli piccoli centri anche italiani (come il bellissimo progetto di rete civica gratuita wi-fi del comune toscano di Vicopisano (http://www.viconet.it/)). Si è molto parlato negli anni scorsi di un teorico diritto alla comunicazione che, per lo meno nelle società avanzate, va sotto il nome un po’ eccessivo di servizio universale. Si tratta certamente di intendersi sui termini e sulle priorità, ma è indubbio che oggi la tecnologia consente senza difficoltà di collegare le persone nelle modalità più varie. I costi di un tale servizio sono in taluni casi del tutto giustificati, in altri assai meno. Questa lezione di piccola economia domestica ci è stata impartita nell’ultimo decennio in maniera paradigmatica dal successo della rete Internet. Eppure per molta gente continua oggi ad essere inconcepibile il fatto che una email spedita proprio adesso da questo PC giunga in Giappone fra 5 secondi e che l’intera complessa operazione abbia un costo molto vicino allo zero. Nella stessa maniera il successo del wi-fi oggi, una volta scaricato dell’alone modaiolo che specie in Italia lo circonda, non è tanto quello della sua velocità ed efficacia quanto quello della sua pervasività. C’è da attendersi più di un freno alla diffusione di un protocollo
a basso costo simile. Dobbiamo aspettarci le prevedibili frizioni del
mercato, di fatto in difficoltà a monetizzare una tecnologia locale e
senza grossi margini. E così in Europa in molti stanno facendo “buon viso
a cattivo gioco”, a partire dalle compagnie telefoniche imbarcate nel
carrozzone UMTS e depositarie in molti casi di un sostanziale monopolio
nel broadband. Ed in conseguenza di ciò non sarà improbabile che, ad una
sostanziale apertura diplomatica nei confronti del wi-fi già espressa a
parole anche dal nostro Ministro delle Comunicazioni, faccia da
contraltare una difficoltà concreta nel lasciarlo a completa disposizione
di tutti, almeno dal punto di vista normativo. Ci si appellerà certamente,
come sempre accade in questi casi, agli equilibri del mercato e ad altre
amenità, ma è già chiaro fin da adesso che tecnologie come queste sono
nate per sfuggire ad ogni omologazione e rimanere sempre e comunque nelle
mani di chi le utilizza. O così almeno speriamo. |