Descrizione
Cinquantasette giorni. È il tempo che separò Capaci da via D'Amelio. Cinquantasette giorni in cui Paolo Borsellino sapeva. Sapeva che il tritolo arrivato per Giovanni Falcone, per Francesca Morvillo e per gli agenti della loro scorta era destinato anche a lui. E scelse di restare al suo posto, lavorando come se ogni giorno fosse l'ultimo… perché lo era.
Quel pomeriggio di trentaquattro anni fa, davanti al portone della madre, morirono con lui Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Emanuela aveva ventiquattro anni: è stata la prima donna della Polizia di Stato a far parte di una scorta e la prima a cadere in servizio. Per questo non diciamo "la scorta", come se fosse una parola sola: diciamo cinque nomi perché erano cinque vite, cinque persone che ogni mattina sceglievano di frapporsi tra la violenza e lo Stato. Ricordarli nome per nome, non è un dettaglio: è l'unico modo per restituire a ciascuno ciò che la bomba ha provato a togliere: l'identità, la storia, il volto.
Quella strage ha nomi e cognomi anche dall'altra parte, ed è doveroso pronunciarli. A ordinare la strage fu Salvatore Riina, capo della "cupola" di Cosa Nostra che deliberava gli omicidi eccellenti, condannato in via definitiva come mandante, insieme ad altri vertici dell'organizzazione. Fu la risposta al maxiprocesso: quello costruito proprio da Falcone e Borsellino con il pool antimafia di Antonino Caponnetto, le cui condanne la Cassazione aveva reso definitive nel gennaio del 1992.
Riina fu arrestato il 15 gennaio 1993 dai Carabinieri del ROS ed è morto in carcere, al 41 bis, nel 2017.
Bernardo Provenzano fu catturato nel 2006, Matteo Messina Denaro - l'ultimo dei corleonesi stragisti - nel gennaio 2023.
Lo Stato ha impiegato anni, a volte decenni. Ma è arrivato.
E quella cupola è stata smantellata proprio dalle sentenze che Falcone e Borsellino avevano reso possibili: il loro lavoro è sopravvissuto ai loro assassini.
Ricordare non basta, se il ricordo si esaurisce in un minuto di silenzio. Le mafie di oggi non hanno il volto che immaginiamo: non abitano solo nella violenza, abitano nelle zone grigie. Stanno nella differenza enorme che può fare un sì detto per quieto vivere o un no detto con la schiena dritta. Stanno nell'opacità di un appalto, nella scorciatoia di una procedura, nel favore che sembra innocuo. Per questo la trasparenza e il rigore di ogni atto della pubblica amministrazione non sono burocrazia: sono un presidio di libertà. E per questo una comunità è davvero immune dalle infiltrazioni solo quando ogni cittadino, ogni associazione, ogni impresa sa riconoscere i segnali e sa come muoversi.
Ai più giovani vorrei, anche a nome dell’Amministrazione, dire una cosa precisa: la legalità è rispettare le regole, la giustizia è chiedersi se quelle regole rendono il mondo più giusto. Borsellino le incarnava entrambe, ma sapeva che la prima senza la seconda è una forma vuota. Non vi chiediamo di essere eroi. Vi chiediamo di essere svegli, esigenti, incorruttibili nelle piccole cose… perché è in quelle che sembrano piccole cose che le mafie entrano.
Paolo Borsellino diceva: “A fine mese, quando ricevo lo stipendio, faccio l'esame di coscienza e mi chiedo se me lo sono guadagnato."
È una frase semplice. Ed è forse la più rivoluzionaria di tutte. Perché la lotta alla mafia comincia lì: nell'esame di coscienza quotidiano di chi serve lo Stato, di chi lavora, di chi amministra, di chi vota, di chi cresce.
Questa mattina, come ogni 19 luglio, ho deposto un mazzo di fiori a Lugnano, nella via che porta il nome di Paolo Borsellino. È un gesto semplice, quasi privato. Ma le strade che intitoliamo non sono targhe: sono promesse. E ogni volta che le percorriamo, ci chiediamo se le stiamo mantenendo.
Il Comune di Vicopisano non dimentica.
Il Sindaco Matteo Ferrucci e l’Amministrazione Comunale